L’articolo de Il Piccolo di Trieste dedicato al Millo

L'articolo de "Il Piccolo" dedicato al MilloDopo la presentazione del libro Il ritrovamento del Regio Sommergibile Ammiraglio Millo, tenuta a Muggia (TS) il 12 Marzo scorso (vedi articolo), il quotidiano di Trieste Il PIccolo si è interessato all’evento e alla storia del Millo. Dopo avere intervistato Fabrizio Stefanini, nipote del marinaio di Muggia Danilo Stefanini, il giornalista Gianfranco Terzoli ha scritto questo articolo, intitolato L’affondamento del Millo, tra Storia e ricordi, nel quale egli ricostruisce la tragica vicenda dell’affondamento del sommergibile, soffermandosi in particolare sui ricordi legati al muggesano Danilo Stefanini, scomparso quel 14 Marzo 1942 insieme ai suoi compagni.

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Questo il testo integrale dell’articolo, pubblicato su Il Piccolo di Trieste il 20 Marzo 2010 (link all’articolo):

L’affondamento del Millo, tra Storia e ricordi
il Piccolo — 20 marzo 2010   pagina 18   sezione: TRIESTE

di GIANFRANCO TERZOLI C’era anche il muggesano Danilo Stefanini, quel pomeriggio del 14 marzo 1942, a bordo del Regio sommergibile Ammiraglio Millo, quando due siluri scagliati dal sommergibile Ultimatum lo affondarono al largo di Punta Stilo, nello Ionio. Con lui, appena ventenne, perirono altri 55 marinai, mentre 14 furono salvati dagli inglesi e catturati e uno solo venne recuperato dai pescatori calabresi e condotto a terra. Le loro sono storie che si incrociano con la Storia. «Il Millo – spiega il nipote del sommergibilista, Fabrizio Stefanini – doveva essere uno strumento di guerra destinato agli oceani, invece venne umiliato impiegandolo nel Mediterraneo per il trasporto. Colò a picco perché, giunto sotto costa, da Taranto gli si ordinò di rallentare giacché il porto non era pronto ad accoglierlo. Dovette zigzagare, ma venne colpito. Tra i 56 morti c’erano mio zio e il padre di Francesco Storani». Quella sarebbe dovuta essere l’ultima operazione per il Millo nel Mediterraneo. Il sommergibile stava rientrando da Malta e navigava in superficie, a circa due miglia dalla spiaggia di Monasterace. Verso le 13.30 un sommergibile inglese in agguato lanciò quattro siluri. Due lo centrarono – a prua e al centro dello scafo – affondandolo. Per gli uomini sotto coperta non ci fu scampo. Gli altri, quelli in torretta, furono scaraventati in mare, alcuni vennero tratti in salvo. La vicenda di Stefanini è particolarmente intensa. «Quindici anni fa – ricorda Fabrizio – ho scritto un racconto, Un trench bianco, che parla di mio padre alla ricerca di notizie su mio zio. Nel racconto, molto intimo, ripercorro la storia della mia famiglia partendo dalla morte di mio zio che mia nonna, come tante madri di marinai periti, rifiuta. Vuole notizie e manda mio padre, allora diciassettenne, a Genova, dove conosceva un sensitivo. Papà, in trench, arriva nel capoluogo ligure sotto i bombardamenti, ma non trova il medium e torna a casa senza risposte. La sua rappresenta una ricerca comune a tante famiglie che non si sono rassegnate e a molte madri morte di dolore, tra cui mia mia nonna». Storani cerca contributi storici, ottiene l’elenco dei marinai (in media all’epoca ventenni) e si mette a contattarne i familiari chiedendo notizie, documenti, lettere e foto: una storia umana, ricostruita dal basso, attingendo ai ricordi della gente. La sua e altre commoventi testimonianze sono racchiuse nel libro Il ritrovamento del Regio sommergibile Ammiraglio Millo di Francesco e Nazareno Storani (Edizioni Format.Bo, 2009), presentato in un’affollata sala Millo dal giornalista Mario Cobellini e da Fabrizio Stefanini nella rassegna Books Last Minute – Viaggiare attraverso i libri organizzata dalla Biblioteca Comunale, presenti gli autori. È dalla loro vicenda personale che nasce il libro. «Francesco e il figlio – ricorda Stefanini – leggono su internet del ritrovamento, un anno fa, del relitto del Millo da parte dei subacquei del Thalassoma Diving Team. Li contattano e Francesco, orfano di guerra, decide di onorare il ricordo del padre con un libro. Per affetto verso il genitore, ma anche per rispondere a domande irrisolte della sua come di altre famiglie. «Mio padre, allora ancora vivo – racconta Stefanini – all’inizio si stupisce, poi decide di aderire. Riescono a intervistare dei superstiti che riferiscono di momenti drammatici: da terra sparano con una mitragliatrice, l’acqua è gelida, il mare coperto di nafta. Apprendono le circostanze del naufragio e della cattura. Da un testimone ottantaseienne apprendiamo che mio zio si trovava in acqua, ma – ferito alla testa – non ce la fece. Per mio padre è stata una consolazione sapere che non rimase intrappolato nel sommergibile». Ma il racconto più forte è quello del capitano Vincenzo d’Amato, sbalzato in acqua con i suoi marinai. Mentre vede il suo battello affondare li saluta, si toglie il salvagente, si lascia scivolare a fondo. RIPRODUZIONE RISERVATA

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